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Le modificazioni di un bene condominiale per iniziativa del singolo condomino

Le modificazioni di un bene condominiale per iniziativa del singolo condomino

Le modificazioni di un bene condominiale per iniziativa del singolo sono lecite nelle sole ipotesi in cui esse, oltre a non compromettere la stabilità, la sicurezza ed il decoro architettonico, ed a non alterare la destinazione del bene, non siano lesive dei diritti degli altri condomini relativi al godimento sia delle parti comuni interessate alla modificazione, sia delle parti di loro proprietà. Più in particolare, il condomino, nel caso in cui il cortile comune sia munito di recinzione che lo separi dalla sua proprietà esclusiva, può apportare a tale recinzione, pur essa condominiale, senza bisogno di consenso da parte degli altri partecipanti alla comunione, tutte le modifiche che gli consentono di trarre dal bene comune una particolare utilità aggiuntiva rispetto a quella goduta dagli altri condomini e, quindi, procedere anche all'apertura di un varco d'accesso dal cortile condominiale alla sua proprietà esclusiva, purché tale varco non impedisca agli altri condomini di continuare ad utilizzare il cortile, come in precedenza.
Cass. civ., sez. II, 5 gennaio 2000, n. 42

Nella controversia concernente la legittimità di un’apertura praticata nel muro perimetrale di un edificio condominiale da uno dei condomini, per mettere in comunicazione il proprio appartamento con altro, di sua proprietà, posto in un edificio attiguo, oggetto di diverso condominio, non è necessario integrare il contraddittorio nei confronti di quest’ultimo.
Cass. civ., sez. II, 29 ottobre 1974, n. 3274

Non è consentito ad un condomino, senza il consenso degli altri condomini, praticare nel muro perimetrale un’apertura in modo tale da mettere in comunicazione due edifici completamente distinti fra di loro.
Trib. civ. Piacenza, 3 luglio 1987, n. 314

Ciascun condomino, purché nel rispetto dei limiti di cui all’art. 1102 cod. civ., può, senza necessità di preventiva autorizzazione condominiale, aprire una porta nel muro comune.
Trib. civ. Genova, sez. III, 18 luglio 1990, n. 2263

A differenza dalle innovazioni - configurate dalle nuove opere, le quali immutano la sostanza o alterano la destinazione delle parti comuni, in quanto rendono impossibile la utilizzazione secondo la funzione originaria, e che debbono essere deliberate dall’assemblea (art. 1120, comma 1, c.c.) nell’interesse di tutti i partecipanti - le modifiche alle parti comuni dell’edificio, contemplate dall’art. 1102 c.c., possono essere apportate dal singolo condomino, nel proprio interesse ed a proprie spese, al fine di conseguire un uso più intenso, sempre che non alterino la destinazione e non impediscano l’altrui pari uso. Pertanto, è legittima l’apertura di vetrine da esposizione nel muro perimetrale comune, che per sua ordinaria funzione è destinato all’apertura di porte e di finestre, realizzata dal singolo condomino mediante la demolizione della parte di muro corrispondente alla sua proprietà esclusiva. Alla eventuale autorizzazione ad apportare tale modifica concessa dall’assemblea può attribuirsi il valore di mero riconoscimento dell’inesistenza di interesse e di concrete pretese degli altri condomini a questo tipo di utilizzazione del muro comune.
Cass. civ., sez. II, 20 febbraio 1997, n. 1554

La disposizione dell'art. 905, Codice civile, secondo cui, per l'apertura di vedute dirette verso il fondo del vicino si deve osservare la distanza di un metro e mezzo, va posta in relazione con l'art. 873 dello stesso codice che prescrive una distanza non minore di tre metri ( o quella maggiore stabilita dai regolamenti edilizi locali ) per le costruzioni su fondi finitimi. Da ciò consegue, pertanto, che, ove nel compiere la costruzione non sia stata rispettata la distanza dal fondo del vicino fissata dal Codice civile, non possa aprirsi in detta costruzione una veduta iure proprietatis.
Cass. civ., sez. II, 22 marzo 2000, n. 3421

Le norme sulle distanze delle costruzioni dalle vedute si osservano anche nei rapporti tra condomini di un edificio in quanto l’art.1102, Codice civile, non deroga al disposto dell’art.907, Codice civile
Cass. civ., sez. II, 5 aprile 2000, n. 4190

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